/  Elvio Natali, Le carte liriche di Cozzi
Presentazione in catalogo, Galleria Mentana, Firenze, 1975

(…) Il naturalismo - al pari di ogni categoria dello spirito e predilezione fantastica - ha un suo spessore, un suo “gioco espressivo” tra l'abbandono tutto senso all'oggetto, l’emozionalismo spiegato da una parte e la tendenza a concettualizzare fino ai limiti dell'astrazione dall'altra. Tra la resa fedelmente oggettiva, “realistica” dei dati sensoriali e la loro meditazione e assunzione in termini di visione mentale.

Ora la strada di Cozzi corre sul crinale tra l'uno e l'altro versante: rappresenta ed astrae ad un tempo, fornendo nello spazio della rappresentazione naturale l’immagine di patterns, o schemi struttivi, che rimandano immediatamente ad un filtraggio della “visione esterna” per l'azione di meccanismi organizzativi, di natura intellettuale. Che perciò si presentano come telai ordinativi, entro l'ambito dell'immagine, del sentimento della natura. Per esaltarlo, non certo per umiliarlo; per renderlo in termini di stile, di liberazione formale da pressioni puramente sensoriali e istintive.” (…)


/  Pier Carlo Santini, Presentazione in catalogo
Centro culturale Bafomet, Firenze 1979

(…) Io credo che per spiegare la vicenda di Cozzi nel suo divenire si debba ricordare ancora la articolata esperienza connessa agli studi d'architettura, intesa nel senso più vasto del termine. La lettura del paesaggio, ad esempio, centrata sul suo impianto planivolumetrico anche attraverso l'ausilio delle vedute aeree e più in genere della fotografia usata in funzione critica e creativa - quindi rivelatrice - può aver acuito nell’artista la sensibilità e l'interesse per una “distanza” che ovviamente conduce a una denudazione morfologica, avvalorando invece le relazioni e le identità costruttive e formali. Visioni e immagini come quelle contenute, ad esempio, nel volume «Grand Design» possono intenzionare più che una generica disposizione al vedere in un certo modo.
Al proposito occorre sottolineare che il rapporto con la realtà si realizza oggi mediante strumenti e mezzi moltiplicati rispetto al passato, e che le risultanze visive odierne, anch’esse moltiplicate, possono consentire processi di traslazione nuovi e diversi. È solo per dire che Cozzi non ha ricusato la sostanza del dialogo con le cose, se è vero che i suoi dipinti sono tutt’altro che estranianti dal piano sentimentale.(…)


/  Elvio Natali, Isole in mostra
Multiformi e multicolori, immaginari lembi di terra presentati dal fiorentino Mauro Cozzi.
Un naturalismo nuovo sospeso fra figura e astrazione.

in “Eco d’arte moderna”, n. 44, marzo-aprile 1983,

C'è qualcosa di sovrindividuale, di ancestrale, in questo figurare isole: una ragione che neppure l'autore, Cozzi, credo sappia spiegarci; la ragione intima, dico, di desunzione junghiana, che evade dalla vicenda singola per rimandare agli archetipi della nostra storia d’uomini. Isola come simbolo dell'inconscio collettivo, se tanti cantori ha trovato dal remoto del tempo. Letterari e figurativi: da Omero a Dante, da Archiloco a Tasso, da De Foe a Foscolo, da Verne, a Stuparich, da Böcklin a De Chirico, a Guidi. Ogigia, Taso, Isole fortunate, isola della Disperazione, isola Lincoln, Zante, Cherso, Toteninsel, San Giorgio. Una lunga catena di ipotesi metaforiche sì accompagna alla visione insulare, richiamando ai «retropiani psichici» di cui parla il filosofo: ignoto, mistero, solitudine, raccoglimento, rifugio, avventura, perfino orgoglio. Una sorta di suggestione biologica sveglia l'idea di una vita raccolta nel grembo delle acque come la forma dell’uomo nel liquido amniotico; un impulso analogico evoca la figura della luna solitaria nello spazio notturno del cielo; infine scatta un'immagine geologica: lembo di terra erratico, misteriosamente avulso, incognito perfino nel suo etimo. Passione e anche antipatia dell'uomo, mai indifferenza. C’è un destino contraddittorio nella stessa condizione dell'isola: spazio senza visibili debiti di dipendenza e bisognoso degli altri. E un'attitudine di fermezza impronta la sua anomala geometria chiusa nella sfera d’aria e d’acqua; disponibile senza riserve al giro del sole, all’urto dei venti, all'erosione congiunta delle onde e della salsedine.

Tutto ciò può affacciarsi alla mente anche davanti a queste isole ideate da Cozzi. Suggerite, lui dice, da viaggi compiuti nel sud mediterraneo: Lampedusa, Pantelleria, isole Eolie; visitate sempre da viaggiatore sterniano curioso e affascinato. Da ciò quel nastro di terra vagheggiato come un «idolum mentis», oltre ogni specifico riferimento: figura bilicante tra inconscio e coscienza, in un giovane tutto sommato, solitario nel tabulato dell'arte contemporanea. Isolato e fermo nella deliberazione di far pittura di fronte allo sperimentalismo odierno spesso deviante, di cui pur conosce e utilizza le sollecitazioni più vive.
Cozzi costruisce le sue isole in una forma aliena da ogni facile sensibilismo come dall'asettica operazione concettuale; secondo un naturalismo nuovo, sospeso fra figura e astrazione. Figura per la sua carica referenziale, analogica; astrazione per la sua natura soprattutto simbolica, «metaforica»: isola come simulacro fantastico del proprio desiderio.
Il telaio compositivo, quasi «pattern», e la redazione cromatica insistono evidentemente su un circuito rigoroso di richiami e rispondenze inventive. Taches, textures, sondaggi materici, interagiscono con esattezza tra loro in strutture verticali di suggestione planimetrica, eternamente sospese in un azzurro emblematico, araldico, di una imperturbabile purezza di timbro. Morfologie tettoniche dove lampi della memoria, rimandi letterari, archeologici, pulsioni subliminali, si fondono in una sintonia felicemente attuata dalla sensibilità dell'artista e dalla logica costruttiva dell'architetto. Ne esce questo spettacolo vibrante di luminosità tra effusioni d’aria e brividi di profondità marine. Uno spettacolo sempre vario per un occhio attento: anche per minime (ma fondamentali) varianti; soprattutto per la tonalità della luce che nelle sue modifiche evoca il transito del tempo. Albe, meriggi crepuscoli, paiono alternarsi nelle varietà luministiche: dalla limpida freschezza dei mattini all'avvolgente, penetrante fulgore del mezzogiorno e alla mite, velina cadenza dei vespri. Sicché l’identità soggettuale, il «monotema», si fende e si rinnova per la varietà delle situazioni; ad opera di quella sensibilità combinatoria e capacità di ri-creare che fanno degni dell'arte e che Cozzi sicuramente possiede.


/  Rossana Bossaglia, Il deserto dei tartari. Dipinti di Mauro Cozzi
Presentazione in catalogo, Galleria Kriterion, Milano, 1989

(…) Così, dopo aver saggiato in applicazioni diverse le propri energie, Cozzi si è avventurato nella rappresentazione di paesaggi, e paesaggi non consueti e familiari (un fiorentino è attanagliato suo malgrado, se vuole stare dalla parte del rigore ed evitare il pittoresco, dal binomio Quattrocento/Cézanne, com’era appunto per i fiorentini novecentisti), bensì i paesaggi, sontuosi ed elementari a un tempo, del basso Mediterraneo.
Su questo tema egli riflette e lavora da molti anni, modificando, approfondendo, evolvendo, senza lasciarsi granché distrarre dal brusío degli eventi artistici, pur risentendone i giusti contraccolpi - cioè non ponendosi in attitudine di sdegnoso rifiuto -; ma così libero e indipendente da ritrovarsi sempre dentro il vivo de flusso dell'arte, come dire «alla moda», senza far concessioni.
La dialettica era ed è quella del rapporto tra l'emozione naturale e la forma che essa assume sulla tela; la preoccupazione era ed è di poco concedere all’effetto, dunque di portare il discorso alla massima riduzione formale, ai limiti dell'astrazione pura. Nelle opere degli anni Settanta, questa esigenza assumeva la struttura dell'informale secco; nelle opere degli ultimi anni la pennellata è più effusa e talora leggera, l'acre ascetismo lascia il posto a lievi intenerimenti, e i paesaggi come tali, appena delineati ma vibranti nelle gamme di una tavolozza difficile, coraggiosa - il verde/blu gli ocra/violetti; anche il giallo che trascolora in rosa. (…)


/  Antonio Natali, Le isole e i deserti di Mauro Cozzi
in “Artista. Critica dell’arte in Toscana”, 1994

(…) Non so quanto i recessi degli affetti pesino sulle personali predilezioni figurative, certo è che ho amato ancor più la pittura di Mauro Cozzi da che, verso la fine degli anni Settanta, le tele di lui - prima spartite sovente da bande regolari di cromia compatta (celesti, blu, azzurre), da cui si spiavano, come dalle lame d'una veneziana, lande di creta spopolate e silenti - principiarono a perdere la loro geometrica precisione, e le liste azzurre a frastagliarsi, al pari del mare che rode (e poi asseconda) gli sfrangiati litorali, mentre le terre si fecero aspre e scabre, conforme appunto all'orografia selvaggia delle isole toscane.
Quel poco d'informale - sempre però sotteso da una tensione struttiva, innata in Mauro, ma certo rinsaldatasi negli anni di studio ad Architettura - che prima si traguardava dalla feritoia orizzontale, pareva finalmente contagiare gli azzurri, scompigliandone la matematica certezza dei contorni e l'omogenea campitura del colore. E nel contempo quelle sagome, che Mauro stesso, confortato dalla critica, aveva chiamato «isole», viepiù davvero presero così a evocare - in un risalire dell'informale a fonti naturalistiche, che sarebbe risultato grato a Francesco Arcangeli - terre emergenti dalle acque limpide d'un Mediterraneo inesplorato; o magari solo visitato da pochi lirici antichi, e da loro caricato di suggestioni, di cui i moderni cantori avvertono ancora gli echi struggenti. Terre dove l'uomo, se mai v'è sceso, ha lasciato rarissimi segni del suo transito effimero; e dove stagioni di sole sfaldano perfino la roccia; e i silenzi - parimenti interminabili - sono turbati soltanto dal ronzio d'un insetto che passa; come nella piazza polverosa e rovente di là dalle persiane chiuse della stanza dove muore il reporter d'Antonioni.

Ecco, sono forse i tempi lunghi del regista, quella sua poesia muta e lenta - da lui stesso d'altronde tradotta anche nella fissità d'immagini dipinte, le Montagne incantate -, che convengono alle isole misteriose di Mauro; d'una figurazione che forse solo nella tecnica può richiamare un'ormai remota consuetudine di lui con Saetti; ma che par quasi più in sintonia coi dipinti densi di pasta e di colore di Morlotti, o con la materia di Mattioli. È una pittura che immagino sarebbe piaciuta a Testori, per via di quella sensibilità da artista lombardo sopravvissuto alla peste del cardinale Federico, che improntava i suoi scritti sia esegetici che teatrali, o letterari in genere; una sensibilità sensuale e ridondante - come lo sono i rappresi grumi di colore di Morlotti, giustappunto, o di Moreni -, e però incline alla commozione davanti ai silenzi, ai tempi lunghi, alla sospensione degli affetti nell'attesa d'un evento per cui trasale il cuore.(…)


/  Giovanna Giusti, Mauro Cozzi. Dipinti recenti
Pres. In cat., Saletta Mentana, Firenze 2008

Salendo lassù a rintracciare percorsi, voci amiche, colori totali, riemergono brulichii di folle da stadio, isole liquide stese al sole, un tempo associate da me al calore rustico dei colori di Sardegna. Proiezioni ancora con colori sospesi di terre o crinali, fabbriche e deserti, frammentati in parete allo studio, e poi avanti con sonnolenti stese di verdi squillanti, un adagio di note silenziose.
Così Mauro Cozzi ha continuato a ispessire il suo muoversi tra architetture e colori dipinti. Sottile nello scrutare dove il vento soffia libero, presenta il suo lavoro con cadenza discreta, appoggiata a un sorriso accennato. Vien da pensare che assorba il respiro dell'aria d'intorno, perché alzando testa nel suo studio, davanti imponente si ritrova l'abbraccio arcinoto, la chiara materna cupola che cattura lo spirito. L’occhio allora passa all'interno di nuovo, si stende sullo spazio dipinto, semplicemente regolato da superfici appena suggerite, sui crinali di sabbia dove Cozzi disegna d'architettura la natura e insegue la cupola formosa. Si combinano segno e progetto, materie cromatiche che portano in superficie pensieri coerenti. Lui pittore si riconosce nel fare artigiano, e questo si sente nella devozione con cui mostra le terre, come chi ha confidenza di affreschi, calce e spessori. Calma, questa pittura induce alla contemplazione.